Pubblichiamo un contributo molto interessante di
Fabrizio Maimone,
Team Member at LUMSA University, Research Group on Post-bureaucratic Organizations, pubblicato su LinkedIn, sulla diffusione delle piattaforme e degli strumenti di social collaboration e di social learning nelle organizzazioni italiane.
https://www.linkedin.com/pulse/social-collaboration-learning-istruzioni-per-luso-fabrizio-maimone?trk=hb_ntf_MEGAPHONE_ARTICLE_POST
"Si fa presto a dire social. Le tecnologie digitali
sono facilmente accessibili e disponibili anche in forma gratuita. La presenza
dei dispositivi mobili, come lo smartphone e il tablet, è sempre più pervasiva.
Che dire poi dei nostri ragazzi, nativi digitali: per loro non c’è più
differenza tra reale e virtuale, vivono ormai in simbiosi con le nuove
tecnologie.
Eppure l’azienda non si muove. Molte imprese fanno
fatica ad utilizzare le tecnologie digitali per favorire la comunicazione, la
collaborazione, la condivisione e l’apprendimento, all’interno ed all’esterno
dei confini organizzativi.
Fortunatamente, vi sono anche dei segnali positivi.
Alcune aziende hanno già sperimentato con successo metodologie e tecnologie social”: Barilla, Unicredit,Wind, Generali, Tetrapack, Autostrade, ecc.. Alla lista, inoltre, dobbiamo
aggiungere le filiali italiane delle Big Company della tecnologia: Microsoft, IBM,Accenture, ecc.. Siamo, però, ancora lontani da
una massiccia diffusione delle piattaforme e degli strumenti di social
collaboration e/o social learning nelle imprese.
Eppure le tecnologie digitali, se usate con
consapevolezza ed efficacia, possono contribuire alla crescita della
performance aziendale, migliorare i processi di comunicazione interna, favorire
la creazione e la condivisione della conoscenza, lo sviluppo dei processi
di creatività e innovazione, l’apprendimento individuale e organizzativo.
Inoltre, se le aziende non sono in grado di usare le
tecnologie digitali al proprio interno, per favorire la collaborazione, la
condivisione e i processi di apprendimento, come fanno ad utilizzare le
stesse tecnologie per sviluppare la relazione con i clienti? Sta di
fatto, però, che la diffusione delle metodologie e delle tecnologie di collaboration e social
learning è ancora insufficiente. Eppure le imprese italiane avrebbero
bisogno di diventare più social, per diventare più innovative, competitive,
inclusive.
Attenzione, la social collaboration non è la panacea
di tutti mali. Non elimina, fortunatamente, il ruolo dei rapporti umani, della
comunicazione faccia a faccia. Non sostituisce le esperienze, le conoscenze e
le competenze degli individui e dei team, ma le integra, creando dei ponti che
superano i confini organizzativi, interni ed esterni. L’apprendimento in
versione social, infine, non cancella il ruolo delle conoscenze specialistiche
e dell’expertise. Ad esempio, Wikipedia, dopo le contestazioni ricevute, a
causa dei tanti errori (anche marchiani) compiuti nella redazione delle voci
della enciclopedia social, ha chiesto la collaborazione della comunità scientifica, per
migliorare la qualità dei suoi contenuti.
I risultati migliori, probabilmente, si ottengono
quando le iniziative e gli ambienti di social collaboration & learning
si integrano con le relazioni in presenza e valorizzano le conoscenze dei
partecipanti, creando una connessione sociale a tutto tondo (Vedi Progetto
Global Service Jam realizzato dall’INSPIRE Center
dell’Università di Canberra).
A parere di chi scrive, alcuni fattori critici hanno
ostacolato fino adesso l’adozione delle tecnologie di apprendimento e
collaborazione digitale:
- Gap di competenze: il management delle aziende
italiane è ancora troppo “analogico”, molti dirigenti hanno scarsa
padronanza delle nuove tecnologie. Inoltre, il livello medio di competenza
digitale tra i dipendenti delle aziende è ancora basso. Lo sviluppo delle
competenze e della leadership digitale è un fattore chiave per il successo
dei progetti di social collaboration.
- Retaggio culturale: in molte imprese prevale
ancora una cultura di tipo gerarchico-burocratico, scarsamente orientata
alla partecipazione e all’innovazione. L’enfasi è sulla norma, la
procedura e il controllo. Si lavora ancora su compito, l’iniziativa
individuale e l’innovazione dal basso non sono incentivati. Lavorare e
imparare in modo social significa, invece, superare le barriere tra ruoli,
funzioni e famiglie professionali. Mettere in discussione i paradigmi e le
prassi consolidate. Creare un clima di condivisione e collaborazione, per
cui tutti si sentano liberi di esprimere le proprie idee e opinioni, anche
quando non collimano con il pensiero della maggioranza. Aprirsi al mondo
esterno, accettando di mettersi in discussione e considerare le idee e le
opinioni altrui, anche quando non sono allineate con il credo aziendale.
Quindi, l’adozione di tecnologie social richiede un vero e proprio
processo di evoluzione dell’azienda che, a sua volta, produce dei
cambiamenti.
- Basso livello di fiducia: la
burocrazia e gerarchia sono spesso lo specchio di una basso livello di
fiducia. Come sappiamo, gli Italiani si fidano poco, degli altri, delle
Istituzioni, forse persino di se stessi. Siamo una Società a basso livello
di fiducia. Il fenomeno è confermato, indirettamente, dalla crescita
iper-trofica di leggi e regolamenti (se non mi fido dei miei concittadini,
sono spinto a disciplinare con norme e procedure tutto quello che è
possibile regolare) e dalla forte conflittualità che spinge gli Italiani
ad intasare ogni anno i Tribunali Civili con milioni di cause. Le imprese
sono figlie della cultura del Paese in cui sono nate. Anche le
multinazionali straniere sono influenzate dal contesto socio-culturale in
cui operano. Ecco perché le aziende che operano nel nostro Paese
presentano, tendenzialmente, un basso livello di fiducia, che si traduce
una produzione iper-trofica di “carte” e nella ossessione per i controlli
formali. Senza fiducia, però, la collaborazione (on line e off line), la
condivisione della conoscenza, l’apprendimento social non sono possibili.
- Scarsa propensione al cambiamento: l’Italia
è un Paese conservatore e gli Italiani hanno paura del futuro. Le imprese
sembrano aver fatto propria la celebre massima del Principe Fabrizio,
l’immortale protagonista del Gattopardo di Giuseppe Tommasi di Lampedusa:
“tutto cambi perché tutto resti uguale”. Le aziende italiane, lo scriviamo
a bassa voce, in questi anni non si sono sempre distinte per la capacità
di mettersi in gioco, favorendo il confronto con la diversità di idee,
modelli, prospettive e pensiero. Ha prevalso, forse come risposta
inconscia all’incertezza, all’ambiguità e alla crescente complessità
dell’ambiente globalizzato, la tentazione di trovare una (illusoria)
rassicurazione, nella ricerca di modelli e approcci “semplificati”,
che pretendono di ridurre la complessità con schemi e formule elementari.
Il grande successo di testi di management come le “7 regole di Covey” è,
forse, la dimostrazione del bisogno latente dei manager di trovare
un’isola di certezza nei modelli che propongono una visione semplificata
(e forse semplicistica) della realtà. La scarsa propensione al cambiamento
delle aziende italiane non ha favorito la diffusione delle tecnologie
social nei contesti organizzativi.
- Gap generazionale: gli anziani hanno talvolta
timore e/o diffidenza nei confronti delle nuove tecnologie. Forse perché
non possiedono tutte le conoscenze e le competenze necessarie per usare in
maniera efficace gli strumenti digitali. I giovani, al contrario, si
muovono con naturalezza nelle piattaforme digitali, però, proprio per
questo possono essere restii a usare le stesse tecnologie, che associano
alla sfera della vita provata, sul lavoro. La formazione, lo scambio
inter-generazionale, il reverse mentoring possono
contribuire a ridurre il gap generazionale e a favorire l’inclusione
inter-generazionale.
- Mancanza di strategia: gli
strumenti di social collaboration & learning non si implementano
per virtù dello spirito santo, ma hanno bisogno di essere disegnati
(magari insieme agli utenti in un’ottica di progettazione partecipata),
gestiti e sviluppati applicando delle strategie consapevoli e mirate,
rispetto al contesto, agli strumenti, agli obietti e ai target.
- L’importanza dell’accountability: tutti i
progetti aziendali, per giungere a buon fine, hanno bisogno di essere
sponsorizzati, ovvero, di trovare un grande capo che ci metta la faccia e
adotti il progetto. Questo vale anche per le inziative di social
collaboration & learning. I progetti social per avere successo
devono, inoltre, riuscire a rendicontare agli stake holder interni ed
esterni i risultati raggiunti. La difficoltà maggiore è data dal fatto che
le piattaforme e gli strumenti per la collaborazione in rete producono per
definizione dei risultati inattesi, che sono poi il vero valore aggiunto
della collaboration. Quindi, non è possibile valutare i risultati
prodotti, in termini di delta tra obiettivi attesi/raggiunti. Per questo è
necessario realizzare periodicamente delle reportistiche che certifichino
la partecipazione individuale e collettiva alle attività on line,
monitorare gli output di processo (progetti, documenti, contributi
digitali prodotti dai membri della community, ecc.), rilevare il
gradimento (sondaggi on line e off line). Può essere utile, inoltre,
progettare delle iniziative che consentano ai partecipanti ai progetti
social di condividere con i colleghi e l’azienda i risultati ottenuti
dalle attività on line.
Tutte le difficoltà elencate non devono però rappresentare un alibi. Le
aziende più pronte, dal punto di vista culturale e tecnologico, potranno
prefiggersi subito obiettivi ambiziosi, puntando in alto. Le aziende meno
“digitali”, possono elaborare dei progetti pilota, rivolti a gruppi di manager
e/o dipendenti selezionati per la maggiore motivazione/padronanza degli
strumenti. Adottando un approccio incrementale, che procede step by step,
partendo da un portafoglio di attività e strumenti di base. Inoltre, non
dimentichiamo che i progetti social, come tutti i progetti aziendali, devono
essere accompagnati da una campagna di kick off e supportati nel tempo,
attraverso adeguate iniziative di comunicazione e management."